Milano Film Festival 2009. Mary and Max
Mary ha otto anni, è australiana, il suo colore preferito è il marrone, i capelli glieli taglia, male, il suo papà. Adora il latte condensato, non è mai stata comunista, sa bene che i bambini si trovano in fondo ai bicchieri di birra e ha un gallo “che un giorno farà le uova”.
Max vive a New York, è ebreo ma laico, nella vita ha fatto molti lavori assurdi ed è stato in manicomio oltre ad aver avuto innumerevoli pesci rossi di nome Henry, tutti morti in condizioni misteriose.
È alto ma grasso e per questo dovrebbe smettere di ingozzarsi di hot dog al cioccolato, ricetta inventata da lui. Ha la sindrome di Asperger (che gli provoca frequenti e violenti attacchi d’ansia), ha vinto alla lotteria e sa di liquerizia e libri vecchi. Ah dimenticavo, Max è in bianco e nero. Ed è il personaggio del più incredibile, entusiasmante, delicato e visionario film di animazione dell’ultimo decennio. Per questo nessuno ha accettato di distribuirlo in Italia.
E’ dissacrante e massacrante, ma in punta di piedi. Fa tanto ridere, ma nemmeno il tempo di pensarlo, fa subito piangere. In migliaia di chilometri di distanza, attraverso la gioventù e la vecchiaia, su centinaia di metri di fogli e litri d’inchiostro, si snoda la storia dell’amicizia tra Mary e Max. Antieroi che non sono cattivi ma non pensano in grande, hanno ambizioni più piccole dello spicchio di cielo che vedono dalle loro finestre, non sono belli perché sono soli e come va a finire potete scoprirlo da voi, ma niente happy end, non vissero felici e contenti, moriranno e verranno sotterrati sotto tonnellate di cartoni mediocri. Ma non verranno dimenticati, perché non sono l’elogio della banalità.
Siamo pronti ad amarli davvero




