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Mensile universitario di politica, cultura e società

Contro l’università liquida

fiamingodi Cristiana Fiamingo
A un anno dalla L133 che ha sottratto consistenti fondi all’università e inserito il fantasma della privatizzazione nella figura delle fondazioni private, Cristiana Fiamingo, docente e ricercatrice presso la Facoltà di Scienze Politiche di Milano, analizza la situazione

Contro l’università liquida

Sulla scorta della riforma universitaria in corso, si sono aperti due stimolanti momenti di dibattito durante gli ultimi Consigli di Facoltà di SP: a seguito di una mozione studentesca che s’opponeva alla modifica di statuto per prorogare il mandato del Rettore, e circa i criteri di redistribuzione del fondo ordinario ai docenti. Pur a fronte di provocazioni reali o percepite tali, emerge di tanto in tanto una volontà di ripensarsi e di trascinare
nei consessi collettivi tematiche essenziali per la proiezione futura della nostra istituzione di cui solitamente si discute e si decide altrove. Si tratta però d’episodi sporadici. Eppure, le riforme politiche e vieppiù quelle dell’intero settore formativo pubblico dovrebbero essere argomento di dibattito cogente in una Facoltà come la nostra: innanzitutto, perchè attraverso queste si esprime il vero programma per lo sviluppo futuro di un Paese e, poi, perché il declino degli altri livelli di formazione lo misuriamo sensibilmente anche qui, al punto d’arrivo: forse conseguenza della mancata integrazione con essi, a dispetto d’un Ministero che accoglie ogni grado d’istruzione. Infine, specie qui, alla Statale, SP raccoglie le competenze necessarie per analizzare e prevedere l’effettivo impatto di tali riforme sulla società: non è forse questo il momento da cogliere, creando tavoli di dibattito addivenire ad un quadro condiviso di certezze, che coinvolgano tutti, studenti
inclusi? Troppo spesso, infatti, anche dalle loro istanze emerge preoccupazione per il mero servizio didattico, trascurando la complessità del quadro. L’università va difesa quale sistema integrato: un
servizio didattico garante d’un buon livello di preparazione agli studenti, non può che incastonarsi sulle effettive possibilità di studio e ricerca riconosciute ai loro docenti, le cui risultanze in termini
di produzione scientifica devono essere valutabili quanto la didattica. Questa mancata sensibilità è un ulteriore effetto negativo del sistema 3+2, in cui corsi ridotti nella durata, accresciuti di numero,
per crediti negoziati in proporzione han originato l’effetto esamificio e trasformato il triennio in un liceo di livello superiore e possiamo ben dirlo all’indomani del IX Rapporto del Cnvsu, che dichiara il fallimento di questo sistema. Specie a fronte di ristrettezze finanziarie, le forze vive dell’Accademia dovrebbero riflettere su se stesse in prospettiva, nella coscienza di mai ritrattati tagli o ipotesi di conversione degli atenei pubblici in fondazioni di diritto privato della L.133/2008 e a 10 mesi dall’approvazione di quella L.1/2009, che, mirando ufficialmente alla fine delle baronie, assegna agli ordinari il ruolo di gate-keepers del sistema, esasperando gli effetti della gerarchizzazione sulla struttura ed esautorando competenze riconosciute ad associati e ricercatori,
al momento del reclutamento, e promettendo premi agli atenei virtuosi, condannando gli altri alla bancarotta. Non c’è nemmeno più l’eco delle manifestazioni di dissenso dell’inverno scorso, quando studenti, accademici, insegnanti d’ogni grado d’istruzione e genitori si erano opposti ai severi tagli previsti al settore dell’istruzione e molte voci denunciavano gli attacchi indiscriminati al sistema universitario, definito corrotto per giustificare un pesante intervento governativo. Se è ipocrita negare che la cultura egemone nel nostro Paese, articolata lungo appartenenze strutturate in reti d’interdipendenza debitoria, permei pure l’Accademia, proprio dall’istituzione che raccoglie una comunità intellettuale cosciente del privilegio d’essere pagata per applicare il cervello a ciò che l’appassiona bisogna aspettarsi che, a partire da se stessa, rompa una passività che avalla una scontatezza che riproduce quella cultura per autopoiesi. Che si opponga con vigore a un sistema basato su selezioni arbitrarie e non sempre legate al merito e che, nell’incertezza del diritto, si regge
su promesse di futuro riscatto se si obbedisce o si tace di fronte alle sperequazioni.
Continuando a cercare scappatoie per sottrarsi ad una profonda revisione del sistema, di cui questa riforma universitaria era ed è occasione, pur laddove il ricatto non si espliciti, sarà sempre dato per scontato, avallato e garantito nel silenzio da una serie di comportamenti legittimanti: come la gratuità del lavoro e la sua ammissibilità. Gli interventi di governance non siano di facciata, ma un rinnovamento del settore pubblico, nel recupero d’una cultura del senso delle istituzioni, in cui, chi ne fa parte rivaluti la responsabilità di discernere le priorità rispetto alla preservazione di privilegi,
dibattendone apertamente, sacrificando il tempo necessario a ridare assetto al sistema pubblico cui dovremmo sentirci onorati d’appartenere, sanandolo integralmente. Ci lasciamo distrarre da troppe cose, ancora, sulla scia d’una riforma cui non contribuiamo negoziandola, come l’assurdo concorso a fondi minimali dall’ambizioso titolo: “Programma dell’Università per la Ricerca”.
Investiremo molte energie tra progetti inclusivi e farraginose compilazioni informatiche, a fronte di una quota individuale che non permetterà ai più di far seriamente ricerca, ma, forse, di comprarci i toner, partecipare a un convegno, invitare un ospite italiano per i corsisti. Nei corridoi ci diciamo l’un l’altro che meglio sarebbe stato se l’Ateneo avesse operata per il PUR una selezione individuale per produttività scientifica e valutazione didattica; tuttavia, rinunciando a una ricerca indipendente, vi concorriamo per garantirci sopravvivenza, in attea in attesa d’una
declinazione al peggio.

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