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Sudan. Il commento di Fausto Pocar.

fausto pocardi Fausto Pocar

Il mandato d’arresto per i massacri del Darfur, che in data 4 Marzo è stato inviato dalla Corte penale internazionale dell’Aja al Presidente in carica Omar Al Bashir ha sicuramente posto una serie di quesiti.
La portavoce della Cpi, Laurence Blairon, ha precisato che il mandato di arresto riguarda soltanto cinque capi di accusa per crimini contro l’umanità e due per crimini di guerra, tra cui omicidio, sterminio, trasferimenti forzati, tortura e stupro; crimini mascherati dal Presidente sotto il nome di «contrasto tra etnie», ossia quella araba e africana. E’ stata tuttavia rigettata l’accusa di genocidio, in quanto la Corte afferma «come non sia facile dimostrare l’esistenza di un genocidio
in Darfur o di un intento genocida, dalle prove che emergono dall’esame della documentazione raccolta dal procuratore generale», l’argentino Luis Moreno Ocampo, che cerca di ribattere: «Il genocidio è un crimine per il quale è sufficiente l’intenzione o il tentativo di commetterlo, non occorre attendere che muoiano queste 2,5 milioni di persone“, il genocidio è in atto».
Questo mandato d’arresto consiste in una vera e propria unicità, in quanto è la prima volta che il Tribunale internazionale processa un capo di Stato in carica, ed inoltre il Sudan non è stato firmatario dello Statuto di Roma, mediante il quale è stata istituita la Corte penale permanente.
Tuttavia il riferimento del caso del Darfur alla Cpi da parte del Consiglio di Sicurezza che nel 2005 ha ritenuto vi fossero ragioni sufficienti per procedere all’arresto, ha consentito di ovviare alla mancata ratifica dello Statuto di Roma da parte del Sudan. La risoluzione ha sorpreso non poco, considerato l’omesso esercizio di veto da parte degli Stati Uniti che da tempo sono contrari alla Cpi. Dopo circa due anni dalla sua adozione la I Camera Preliminare ha emesso due mandati d’arresto nei confronti di Ahmad Muhammad Harun e di Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman per aver ordinato la commissione dei crimini. Il governo sudanese ha rifiutato di rimuoverli dalle loro funzioni e ha anzi promosso i due uomini a cariche superiori. Nel luglio il procuratore Luis Moreno Ocampo ha chiesto alla Camera Preliminare di emanare il mandato d’arresto a carico del presidente Al Bashir, la cui immunità presidenziale tuttavia non conterà ai fini della responsabilità penale individuale.
Posto che la Cpi non possiede una propria polizia giudiziaria, l’aspetto più assurdo dell’emanazione del mandato di cattura nei confronti di Bashir, è che dunque sarebbero le autorità competenti del Sudan a dover procedere all’arresto. Assurdo naturalmente perché il Presidente
gode attualmente di ampio sostegno interno, quindi è chiaro che il Sudan non darà esecuzione al mandato.
Particolarmente significativa è stata inoltre la scelta del procuratore di non sottoporre la richiesta di mandato d’arresto a segreto istruttorio, come invece era stato fatto in passato; provvedimento che aumenta in genere le probabilità dell’arresto, poiché le persone indagate, ignare di essere oggetto di un mandato d’arresto internazionale, si muovono liberamente e possono così recarsi in stati che cooperano con la Corte ed essere arrestati più facilmente. Per tale motivo il problema che si pone è: quale Stato si prenderà la responsabilità d’arrestarlo?.
La richiesta del procuratore ha generato comunque reazioni contrastanti, ad esempio Cassese ha ritenuto che «l’emissione dell’ordine d’arresto è stato un colpo di spada, vibrato in acqua»; altri che ritengono che molti Paesi come Kenya, Zambia o la stessa Unione Africana non amino particolarmente Al Bashir, non possono parlare d’arresto perché si scatenerebbero vere e proprie guerriglie che rischierebbero di minacciare il già fragile processo di pace avviato in Sudan. E’ importante comunque valutare come anche in questo caso internazionale si è posto il problema del “Paradosso dell’ingerenza”: a volte cioè l’intervento giustificato in questi paesi porta conseguenze di uguale entità o addirittura più terribili del regime interno stesso, ma talvolta se non si interviene, ci pensa il regime a destabilizzare la sua popolazione, quindi il quesito che resta aperto è: «Privilegiare la sicurezza o garantire pace e libertà?».

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