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Supermedia: la nuova sfida dell’informazione

beckettCome salvare il giornalismo? Che ne sarà della vecchia carta stampata? Che cosa leggeremo nel futuro? Da Londra, Charlie Beckett, direttore di POLIS.

Charlie Beckett è direttore di POLIS. Ha maturato 20 anni di esperienza con LWT, BBC e ITN’s Channel 4 News. Trasmette e scrive regolarmente
di media e affari politici ed è autore di SuperMedia: Saving Journalism So It Can Save The World (Blackwell, 2008). Attualmente insegna presso la London School of Economics e il London College of Communication.

Mr. Beckett, quando si parla della fine dei tradizionali mezzi di comunicazione, generalmente pensiamo che ci sarà un passaggio graduale dalla carta stampata alle edizioni digitali. Ma che cosa accadrebbe se il New York Times, il Guardian o il Corriere della Sera venissero schiacciati dall’attuale crisi economica e fossero costretti in pochi mesi a chiudere? Il giornalismo tradizionale è alla resa dei conti?
I mezzi tradizionali di comunicazione non spariranno nel giro di pochi mesi. La maggior parte dei giornali e dei canali TV fanno ancora soldi nonostante la crisi economica. Il loro problema è piuttosto che la stretta economica sta accelerando tendenze di lungo periodo. Questo li sta obbligando ad accostarsi con maggiore prudenza ai principali problemi che devono affrontare invece di adottare misure di breve periodo. Trasferire gli affari sull’on-line non è sufficiente. I media devono spostarsi dall’industria manifatturiera a quella dei servizi. Devono riconnettersi con il loro pubblico allo stesso modo in cui hanno fatto in passato.

Qual è la sua ricetta per salvare il giornalismo?
Non esiste più una sola ricetta per salvare il giornalismo. I modelli del passato sono ormai superati. Alcune tra le maggiori aziende legate ai media spariranno. Guardate che cosa è accaduto al business dei trasporti navali transoceanici. E’ stato superato dal trasporto aereo ma ha trovato un nuovo modo di fare soldi spedendo merci e poi investendo in crociere per il tempo libero invece di traghettare persone per lavoro. Il giornalismo deve comprendere che è necessario un nuovo contratto con i lettori. Ma molti lavori del settore verranno cancellati perché non saranno più necessari o richiesti. Cambiare è doloroso. Ma la gente vuole che il giornalismo raggiunga le loro vite. Perciò deve esserci un modo per guadagnare facendo questo tipo di giornalismo. Viviamo in un mondo in cui la conoscenza è potere e profitto, come possiamo allora noi giornalisti fornire quella informazione e discutere e guadagnarci da vivere con questo? Se non siamo in grado di farlcela allora non meritiamo nemmeno di sopravvivere.

Come possiamo conciliare il tradizionale ruolo filtrante dei “giornalisti professionisti” e i nuovi cosiddetti users generated contents (contenuti generati dagli utenti)?
Il mio libro è interamente dedicato a come il c.d. Networked Journalism
possa sintetizzare il “giornalismo professionale” con la partecipazione
del pubblico. Questo non è un problema, è una magnifica opportunità.
Ci sono molti modi nella pratica di includere il pubblico nella produzione del giornalismo come il crowd-sourcing e l’interazione.
Potrebbero esserci dei problemi in termini di “imparzialità” e di monetizzazione ma questi sono problemi essenzialmente pratici. I vecchi media erano pieni di errori, pregiudizi, corruzione e indolenza: una maggiore partecipazione del pubblico farà migliorare le loro performance.

I Social Network potrebbero rappresentare la nuova frontiera del giornalismo?
I Social Network rappresentano senza dubbio una nuova frontiera del giornalismo perché vanno ben oltre il “fare blog” e l’interattività on-line che abbiamo visto nella prima fase del giornalismo tipico dei new media. I Social Network sono un modo molto diverso di comunicare che fornisce piattaforme per una ricchezza di interazione e creazione che i media convenzionali si possono solo sognare. Qui sta il punto fondamentale. I cittadini amano i Social Network, li creano e li sviluppano, spesso gratuitamente. Questa è la direzione verso cui sta andando gran parte dei lettori, e il compito del giornalismo è di essere presente in questi network, di fornire dei collegamenti con le notizie di attualità e di dibattere attraverso essi.
Seguendo la sua visione questa è la migliore strada da seguire. Ma se diamo un’occhiata ai Social Network scopriamo che c’è una frammentazione delle notizie al posto di una pluralità di informazione, un’omologazione di stili invece di una diversità di linguaggi e una mancanza di interesse per le notizie che vengono dalla periferia del mondo.

Non crede che questo approccio condurrà ad un giornalismo impuro e di conseguenza cattivo?
Non c’è nulla di naturalmente prodigioso o virtuoso nel giornalismo
dei new media. Ognuno ha i media che si merita. Alcuni saranno frammentati e altri saranno di bassa qualità. Ma questo è, prima di tutto, il caso degli old media. La maggior parte di essi è banale, omologata e settoriale. Il giornalismo on-line fornisce invece specializzazione e diversità in modo da essere innegabilmente più vario e interessante. Ma vediamo anche che la predominio di marchi come BBC, Google o Facebook significa che c’è una doppia tendenza verso unità più grandi di mezzi e al tempo
stesso una maggiore diversità tra unità più piccole di produzione giornalistica.

Per concludere, in che modo il giornalismo potrà salvare il mondo?
Il giornalismo non salverà il mondo. La gente, la politica e il potere lo salveranno. Sono felice che il giornalismo non abbia la responsabilità primaria di fare questo! Ma immagina quanto sarebbe facile trattare di questioni complesse come i cambiamenti climatici o le migrazioni se avessimo dei media che riportano notizie ricche, diverse, intelligenti e di risposta. Internet permette tutto questo quando si manifesta sottoforma di Networked Journalism. E questo ammette la possibilità che, perlomeno il giornalismo, possa giocare un ruolo positivo nell’informare e nell’impegnare il pubblico dei problemi che affrontiamo.

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