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Mensile universitario di politica, cultura e società

Crisi della carta stampata. L’analisi.

24minutidi Dario Luciano Merlo.

La chiusura di 24 Minuti, il free-press del gruppo Sole 24 Ore, dalla formula molto apprezzata soprattutto da studenti e pendolari, è il simbolo di una crisi che non risparmia nessuno, nemmeno i prodotti migliori e di qualità. La situazione del settore editoriale soffre ormai da tempo la concorrenza di internet e, in misura minore, di altri mezzi di informazione come le news sui cellulari, tuttavia la recente crisi economica ha obbligato le aziende a ridurre i costi non necessari, tra cui le spese in pubblicità, ancora oggi la fonte primaria di ricavi per giornali e quotidiani. Secondo i dati raccolti dall’Osservatorio stampa Fcp (Federazione concessionarie di pubblicità) i quotidiani hanno ridotto il fatturato del 25% e la vendita di spazi pubblicitari del 15%, percentuali che salgono al 28% e al 18% se si considerano solo i quotidiani free-press. La flessione riguarda anche i periodici, con cifre simili a quelle dei quotidiani, ma variabili a seconda della periodicità e della specificità degli argomenti trattati. Una situazione, quindi, che aggrava un processo già in atto e che cambierà il volto dell’informazione nei prossimi anni. I consumatori, infatti, richiedono sempre più spesso notizie aggiornate e corredate da immagini che descrivano gli eventi, un mix possibile soltanto su internet, che ha il vantaggio ulteriore di essere gratuito.
I giornali finora sono sopravvissuti garantendo una maggiore affidabilità e l’approfondimento che non era possibile trovare altrove, e finché le vendite hanno tenuto il settore è rimasto competitivo affidandosi, più che al prezzo di copertina, alla pubblicità e ai contributi pubblici all’editoria. Questi ultimi, il cui pretesto è sempre stato la necessità di garantire la libertà di stampa e di diffusione anche a piccoli giornali locali e di partito, non è più necessaria in un mondo dove l’informazione può raggiungere velocemente tutta Italia, ed erano stati pesantemente tagliati nella finanziaria 2008, salvo poi essere in parte reintrodotti a causa della pressione dei maggior partiti che rischiavano di vedere sparire, o fortemente ridimensionare, le loro testate. Oggi che nemmeno questi contributi sembrano bastare, continuare a tenere artificialmente in vita moltissimi giornali e quotidiani appare sempre di più uno spreco di soldi. Così come il mantenimento di un anacronistico ordine professionale, nato negli anni venti in un contesto corporativo con lo scopo di controllare i giornalisti, oggi rappresenta solo un’inutile barriera all’ingresso di giovani e capaci scrittori. Il futuro sarà difficile, ma non tragico, e difficilmente vedremo sparire giornali ed edicole dalle strade. Lo sviluppo più probabile sarà la chiusura di molti piccoli giornali pretesi “nazionali” e un continuo sviluppo dell’area web dei quotidiani rimanenti per rispondere
in maniera sempre migliore alla domanda di informazione. La stessa previsione che ha fatto recentemente Eric Schmidt, CEO di Google, che vede nella tecnologia e nel rapporto sempre più diretto tra giornalista e lettori, la direzione più probabile di questa nuova trasformazione.

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