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Mensile universitario di politica, cultura e società

Giornalisti contro le mafie

peterNASCE L’OSSERVATORIO PERMANENTE PER TUTELARE I GIORNALISTI MINACCIATI DALLE MAFIE

di Matteo Forciniti

La maglietta di una ragazza vale più di quaranta vite minacciate.
Ecco lo scenario dell’informazione italiana che ha scelto di raccontare casi come la maglietta esibita da Amanda Knox in un processo (magistrale il Tg1 che ha dedicato alla “notizia” due servizi con tanto di analisi psicologica). Dimenticando, invece, gli oltre quaranta giornalisti che, tra il 2006 ed il 2008, sono stati minacciati dalle organizzazioni criminali. Al Festival Internazionale del Giornalismo, svoltosi a Perugia dall’1 al 5 Aprile, è stato presentato l’ Osservatorio permanente dell’informazione sui cronisti minacciati o che vivono sotto scorta in Italia. L’Osservatorio, proposto da Alberto Spampinato, si propone un duplice obiettivo: tutelare le vittime del passato (otto giornalisti uccisi in Sicilia e uno in Campania) e salvaguardare le vittime invisibili di oggi, non lasciando soli cronisti che, semplicemente per aver fatto correttamente il proprio mestiere, rischiano la vita. L’Osservatorio ha ricevuto il patrocinio dell’Ordine dei Giornalisti e della FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana).
Oltre a Roberto Saviano sono molte le vite minacciate che non godono della stessa attenzione mediatica, necessaria in un paese smemorato come il nostro. Rosaria Capacchione giornalista del Mattino, Nino Amadore del Sole 24 Ore e autore del libro La zona grigia (La Zisa). Professionisti al servizio della Mafia, Lirio Abbate dell’Ansa e autore insieme a Peter Gomez del libro I Complici (Editore Fazzi). Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento. Lirio Abbate vive da due anni sotto scorgiornalisti ta per aver raccontato in diretta l’arresto di Bernardo Provenzano e per essere andato oltre avendo scritto nomi e cognomi di politici in rapporti (anche non penalmente rilevanti) con esponenti mafiosi.
Dell’ultimo covo del vecchio padrino sappiamo tutto: bibbia, santini, pane e cicoria. Il ritratto di un uomo qualunque. Nessuna inchiesta, invece, sulle complicità istituzionali che hanno permesso la latitanza record di 43 anni. Sorgono alcune domande. Perché oggi il giornalismo d’inchiesta è relegato solo ai libri? Perché i giornali e le televisioni non si occupano mai (eccetto poche eccezioni) dei rapporti tra mafia e politica? Il sistema televisivo italiano è controllato al 90% da un uomo solo, capo di un partito politico, un’anomalia nel panorama occidentale. Se non è una risposta almeno è un’accecante verità. I mali del giornalismo italiano sono molteplici, ma la proposta di Lirio Abbate, «espellere i giornalisti collusi con la mafia», non appare così infondata. Inverosimile,
invece, è la sorte toccata a Pino Maniaci, un semplice cittadino diventato eroe facendo informazione (vera) in Sicilia per Telejato. Dopo le numerose aggressioni e minacce subite dalla mafia è arrivato lo stato: rinviato a giudizio per “esercizio abusivo
della professione di giornalista”. Pino Maniaci si è sempre rifiutato di prendere la tessera di giornalista, come potrebbe essere
un collega dei vari servi nelle televisioni e nei giornali? Come si può lasciare solo un uomo che ha fatto informazione anche se non era obbligato a farla? Perché non prenderlo come modello e tutelarlo?
La lotta alla mafia, la più grave emergenza del nostro paese, non è una priorità per i media che preferiscono affrontare l’argomento solo in maniera spettacolare, cinematografica.
Attraverso una finzione. Ogni volta che un giornalista non può esercitare liberamente la propria professione la Costituzione viene schiaffeggiata e con essa anche la democrazia. E’ compito della società civile tutelare questi uomini e queste donne che sono sempre di meno nel mondo dell’informazione. Ma sempre più necessari.

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