NUOVA DELHI ‐ Un mare di corpi stesi sullo spartitraffico, in mezzo alle due corsie della superstrada che attraversa la città. Una serie infinita di corpi addormentati, seminudi per il caldo che emana l’asfalto, raccolti su se stessi e sui loro pochi stracci, illuminati dai fari delle rare macchine che passano.
Stanno distesi sullo spartitraffico per poter godere dell’‐ aria delle automobili che sfrecciano a pochi centimetri dalle loro teste. Questo è il paesaggio notturno di New Delhi. Un popolo notturno che dorme e si muove nella desolazione della notte urbana. Un popolo che non ha niente, e che non è nessuno, un popolo che lotta con i cani randagi e che condivide il proprio giaciglio con ratti e mucche.
Immagini indiane. Una bambina è seduta in mezzo alla strada. Lei è piccolissima, nuda, e tranquilla. La strada è enorme, trafficata e caotica. Automobili, motorini, riksò, biciclette: tutti si limitano a schivarla, così come si evita una pozzanghera. Nessuno sembra accorgersi di lei. India regina dell’economia emergente, India promessa di enormi mercati, India che eccelle nei settori più moderni della biotecnologia e dei software informatici.
La più grande democrazia del mondo: ma di democrazia, per le strade di Delhi, se ne vede ben poca, e lo sviluppo economico si traduce in cumuli di spazzatura che spesso diventano rifugio e abitazione per chi non possiede nient’altro. Il modo in cui l’India viene percepita in Occidente spesso è fuorviante ed ingannevole. Verso la fine di agosto si è sentito parlare molto dell’India in relazione alle violenze contro i missionari cristiani.
Anche il presidente del Senato, Renato Schifani, ha espresso la sua condanna ai fatti accaduti nella regione dell’Orissa: «La feroce aggressione avvenuta in India rappresenta una pagina buia di intolleranza religiosa e integralista». Si è parlato di queste violenze con stupore, come uno scandalo nel paese multiculturale e multi‐religioso per eccellenza. Ma di pagine buie di questo genere l’India ne ha molte: la stampa italiana, e l’opinione pubblica occidentale in generale, tanto mobilitata e scandalizzata per queste violenze che hanno coinvolto cristiani, sembrano ignorare il fatto che l’India sia costantemente teatro di rivolte, attentati, scontri tra caste, tribù ed etnie diverse.
Se si riportasse ciò che accade quotidianamente, allora l’idea dell’India non sarebbe più associata alla tolleranza, alla convivenza pacifica che sa appianare differenze religiose ed etniche. A maggio l’intera regione del Rajastan e gran parte dell’India settentrionale sono stati paralizzati per settimane da una violenta rivolta della tribù dei Gujjarat. Ferrovie bloccate, strade sbarrate, comunicazioni interrotte, la capitale presidiata dall’esercito: una ventina di morti e un gran numero di feriti. Nonostante l’entità della rivolta sia stata di gran lunga superiore a quella dei fatti dell’Orissa contro i missionari, l’intero avvenimento non è stato ritenuto degno di nota dai media occidentali.
Al di là dell’apparente fiducia del mercato emergente, al di là del mito della terra della tolleranza universale, la vera faccia dell’India è quella di un paese crudele e tormentato, percorso da dinamiche violente, che legano questo immenso subcontinente alla millenaria lotta tra poveri. Se non si considera la perenne guerriglia condotta dai guerriglieri maoisti nelle foreste e nelle campagne delle regioni orientali; se non si considera il sistema delle caste, ancora funzionante ed attuale anche nella mentalità delle nuove generazioni; se non si considerano la pena di morte continuamente esercitata, gli atti di tortura commessi dalle forze dell’ordine e la dilagante corruzione tra i politici; se non si considera la piaga dell’alcolismo e del traffico internazionale di stupefacenti, allora si può parlare dell’India come di un paese sulla via della modernizzazione e dello sviluppo.
Ma la realtà è molto più confusa e caotica, e il sogno di Gandhi rischia di essere, ancora per molto tempo, un’ingenua, bellissima ed emozionante utopia.
L’altro volto dell’India
Posted by admin on 9/29/08 • Categorized as Commenti, Cultura, Esteri, Focus, Società
Dalla nostra inviata Daniela Balin
NUOVA DELHI ‐ Un mare di corpi stesi sullo spartitraffico, in mezzo alle due corsie della superstrada che attraversa la città. Una serie infinita di corpi addormentati, seminudi per il caldo che emana l’asfalto, raccolti su se stessi e sui loro pochi stracci, illuminati dai fari delle rare macchine che passano.
Stanno distesi sullo spartitraffico per poter godere dell’‐ aria delle automobili che sfrecciano a pochi centimetri dalle loro teste. Questo è il paesaggio notturno di New Delhi. Un popolo notturno che dorme e si muove nella desolazione della notte urbana. Un popolo che non ha niente, e che non è nessuno, un popolo che lotta con i cani randagi e che condivide il proprio giaciglio con ratti e mucche.
Immagini indiane. Una bambina è seduta in mezzo alla strada. Lei è piccolissima, nuda, e tranquilla. La strada è enorme, trafficata e caotica. Automobili, motorini, riksò, biciclette: tutti si limitano a schivarla, così come si evita una pozzanghera. Nessuno sembra accorgersi di lei. India regina dell’economia emergente, India promessa di enormi mercati, India che eccelle nei settori più moderni della biotecnologia e dei software informatici.
La più grande democrazia del mondo: ma di democrazia, per le strade di Delhi, se ne vede ben poca, e lo sviluppo economico si traduce in cumuli di spazzatura che spesso diventano rifugio e abitazione per chi non possiede nient’altro. Il modo in cui l’India viene percepita in Occidente spesso è fuorviante ed ingannevole. Verso la fine di agosto si è sentito parlare molto dell’India in relazione alle violenze contro i missionari cristiani.
Anche il presidente del Senato, Renato Schifani, ha espresso la sua condanna ai fatti accaduti nella regione dell’Orissa: «La feroce aggressione avvenuta in India rappresenta una pagina buia di intolleranza religiosa e integralista». Si è parlato di queste violenze con stupore, come uno scandalo nel paese multiculturale e multi‐religioso per eccellenza. Ma di pagine buie di questo genere l’India ne ha molte: la stampa italiana, e l’opinione pubblica occidentale in generale, tanto mobilitata e scandalizzata per queste violenze che hanno coinvolto cristiani, sembrano ignorare il fatto che l’India sia costantemente teatro di rivolte, attentati, scontri tra caste, tribù ed etnie diverse.
Se si riportasse ciò che accade quotidianamente, allora l’idea dell’India non sarebbe più associata alla tolleranza, alla convivenza pacifica che sa appianare differenze religiose ed etniche. A maggio l’intera regione del Rajastan e gran parte dell’India settentrionale sono stati paralizzati per settimane da una violenta rivolta della tribù dei Gujjarat. Ferrovie bloccate, strade sbarrate, comunicazioni interrotte, la capitale presidiata dall’esercito: una ventina di morti e un gran numero di feriti. Nonostante l’entità della rivolta sia stata di gran lunga superiore a quella dei fatti dell’Orissa contro i missionari, l’intero avvenimento non è stato ritenuto degno di nota dai media occidentali.
Al di là dell’apparente fiducia del mercato emergente, al di là del mito della terra della tolleranza universale, la vera faccia dell’India è quella di un paese crudele e tormentato, percorso da dinamiche violente, che legano questo immenso subcontinente alla millenaria lotta tra poveri. Se non si considera la perenne guerriglia condotta dai guerriglieri maoisti nelle foreste e nelle campagne delle regioni orientali; se non si considera il sistema delle caste, ancora funzionante ed attuale anche nella mentalità delle nuove generazioni; se non si considerano la pena di morte continuamente esercitata, gli atti di tortura commessi dalle forze dell’ordine e la dilagante corruzione tra i politici; se non si considera la piaga dell’alcolismo e del traffico internazionale di stupefacenti, allora si può parlare dell’India come di un paese sulla via della modernizzazione e dello sviluppo.
Ma la realtà è molto più confusa e caotica, e il sogno di Gandhi rischia di essere, ancora per molto tempo, un’ingenua, bellissima ed emozionante utopia.