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Mensile universitario di politica, cultura e società

Hannah Arendt e il praghese di “buona volontà”

di Elena F. Marini

Ero a cena con degli amici e si litigava magnificamente, a proposito di libri. La loro letteratura da spiaggia? Innocente passatempo. No, no, francamente, non la si può soffrire, anche se le case editrici di qualcosa devono sopravvivere. Ma, a parte i miei gusti personali di scarso interesse, in quella circostanza mi chiedevo sinceramente, fingendo però spavalda sicurezza: ha senso volere con forza solo e sempre la cultura di alta qualità?

(Dico, oltre che per vincere le battaglie verbali a cena…) La letteratura dev’essere un’ascia che colpisce il mare ghiacciato di convinzioni o sentimenti, altrimenti, scrive Kafka, se deve servire da sola distrazione, esistono passatempi più gustosi. La letteratura può essere servile ma di certo non serve l’ozio come la chiacchiera. Sia pure, ma, quale che sia questa famigerata letteratura alta, la capisce solo una nicchia di paria? O la grande letteratura parla umanamente, veramente, a tutti? Si spiega, si difende?

Ma soprattutto… ci annoia, ne vale sempre la pena? Durante gli anni del suo esilio americano Hannah Arendt scrive su alcune figure classiche (e contemporanee) della letteratura, cultura, ebraica di lingua tedesca: Heine, Benjamin, Bertolt Brecht, Kafka… Esiste, in traduzione italiana edito da Il Mulino, un libro che riunisce alcuni di questi saggi apparsi dal 1944 al 1969 in diverse riviste e giornali americani (“The New Yorker”, “Partisan Review”, “Jewish Social Studies”…). I due saggi centrali della suddetta raccolta, sono dedicati proprio a Franz Kafka. Secondo la Arendt, Kafka, che lei chiama “costruttore di modelli”, ricrea spesso, nella finzione letteraria, alcuni dei ruoli dell’uomo comune nella società.

Ad esempio, lo Schloss è una sorta di esperimento di reazione chimica fra una società che si ritiene “vicaria di Dio in terra” (quale società non si ritiene tale?) ed un uomo comune che ha un progetto, diremmo, non pretenzioso: “trapiantarsi in un paese, diventarne cittadino, costruirsi una casa, trovare un lavoro, divenire insomma un membro attivo della società umana”. Questa non è metafisica che interessi o sia capita solo da specialisti o laureati (non intendo le lauree post- Gelmini…). Nel Prozess il protagonista, secondo la Arendt, “viene ducato, modificato e formato tanto da venir adattato al ruolo che si è escogitato per lui”.

Niente di più concreto: quanti di noi sono a disagio pensando al “posto di lavoro” che non ci entusiasma troppo e che tuttavia dovremo conquistarci per sopravvivere, finiti gli studi? Perché non tutti noi avremo l’incarico dei sogni, in molti avremo l’impiego delle circostanze. Kafka appare così moderno per la Arendt perché “non volle essere né un genio né la personificazione di qualche grandezza oggettiva” ma d’altra parte “rifiutò appassionatamente di assoggettarsi ad un destino qualsiasi”. Certo neppure lui era “innamorato del mondo più di quanto lo siamo noi”, scrive la Arendt, semplicemente, essendo un uomo e non un ingranaggio, poneva qualche obiezione al corso delle cose attorno a lui. L’alta letteratura dunque non è un alieno che parla da e di cieli lontani.

Non chiedete a Kafka una tranquilla lettura passiva, o semplice sete di sapere : “i racconti di Kafka non contengono alcun elemento di sogno ad occhi aperti, non offrono consigli, né istruzioni o conforto.” Si rivolgono “solo a quel lettore che per una ragione o un’incertezza qualsiasi va alla ricerca della verità”. La letteratura alta, o la letteratura vera, o la letteratura tout court, serve a dare un nome alle cose, non serve da passatempo: eppure è concreta, comprensibile, tutt’altro che fanatica.

Sapida senza annoiare, parla umanamente. Certo, non c’è forse alcuna risoluzione per i protagonisti kafkiani “questa via non porta ad un cambiamento del mondo”. Ma almeno, per la Arendt ,“può servire ad istruire e illuminare gli altri. (…) Quest’uomo di buona volontà può essere chiunque ed ognuno, forse persino io e tu.” Curiosi di scoprire le potenzialità della letteratura?

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